IN SCENA! 2012 – SECONDO CONCERTO


VILLA MEDICI
Roma. Il complesso architettonico che domina la collina del Pincio, affonda le sue radici nella storia antica della Città, attraverso le imprescindibili stratificazioni degli eventi. Il destino di questo spazio è dal 1803 legato all’assegnazione del premio conferito dall’Accademia di Francia ai migliori giovani artisti nelle discipline figurative, architettoniche e musicali. Il Prix de Rome, istituito fin dal 1663 sotto il regno di Luigi XIV, comprende una borsa di studio e il soggiorno annuale presso l’Urbe, con il compito di realizzare un’opera nella propria disciplina. Come spesso accade, è istruttivo osservare in queste circostanze la mutevolezza del destino: quali artisti gratificati dal premio hanno “mantenuto le promesse” e quanti sono rimasti nell’anonimato. Ancora: quanti, esclusi dopo diversi tentativi, hanno trovato solo al di fuori del circolo chiuso dell’accademia visibilità e successo grazie alla forza delle proprie opere. Se scorriamo l’elenco dei premiati non è difficile individuare queste categorie.
Percorreremo un secolo di musica francese attraverso le musiche di alcuni illustri vincitori del Prix. Potrà essere l’occasione per riflettere su come l’istituzione di un premio a carattere nazionale possa più o meno favorire i giovani talenti. Questione ancora oggi attualissima.
 

LaPremière Rhapsodieper clarinetto e pianoforte fu il primo compito svolto da Claude Debussy in occasione del suo insediamento nel Consiglio Superiore del Conservatorio di Parigi, chiamato dall’allora direttore, Gabriel Fauré nel 1909. Si trattava di comporre due brevi opere per gli esami finali degli allievi di clarinetto: una per la lettura a prima vista (il poco noto Petit pièce) e una per l’interpretazione, intitolato appunto Rhapsodie. Quest’ultimo lavoro, in cui lo strumento solista era affiancato dal pianoforte, sarà orchestrato nel 1911, senza modifiche nella parte del clarinetto. In questo piccolo capolavoro il clima poetico oscilla delicatamente tra il sognoe lo scherzo, secondo gli stilemi tipici del compositore, ormai maturo.

Jacques Ibertera stato vincitore del Prix nel 1919 con la cantata Le Poète et la fée, a pari merito con l’oggi quasi sconosciuto Marc Delmas. Bisogna ricordare che fino al 1968 il premio per la musica era assegnato chiedendo ai partecipanti di comporre una cantata su un testo uguale per tutti, fissato anno per anno. Appartengono invece agli anni trenta e dunque alla maturità del compositore i due brani per flauto e pianoforte Ariae Entr’acte. Lontani da asprezze avanguardistiche, sono due bozzetti di piacevole ascolto, di clima pastorale il primo, mentre il secondo presenta inflessioni spagnoleggianti, ispirandosi ad un topostipico della musica francese, da Bizet a Ravel.
ConPhilippe Hurelci spostiamo avanti nel tempo. Dal 1968 infatti, per decisione dell’allora ministro della cultura André Malraux l’estenuante concorso, che tra l’altro in passato aveva escluso Saint Saëns, Fauré e Ravel, fu trasformato in una selezione su candidatura presentata dagli stessi aspiranti. Hurel fu borsista dal 1986 al 1988 ed è oggi uno dei più interessanti compositori francesi, tra quelli della generazione dei nati negli anni cinquanta. Influenzato dallo spettralismo di Grisey, ma anche dalla musica jazz e rock, Hurel combina sapientemente le strutture complesse tipiche dei compositori post-strutturalisti con le esigenze dell’ascolto, in particolare attraverso un uso originale della ripetizione. In …à mesure(1996) le peripezie formali del brano sono in qualche modo non previste in anticipo durante la scrittura, ma introducono elementi inattesi, secondo una visione quasi cinematografica, che non esclude flashbacke flashforward.

Cogliamo l’occasione per ricordare a due anni dalla precoce scomparsa la figura di Christophe Bertrand, compositore che, a trent’anni non ancora compiuti, si stava rivelando come un’autentico talento di livello mondiale. Precocissimo, fu allievo di Ivan Fedele presso il Conservatorio di Strasburgo, perfezionandosi con Hurel, Murail, Ferneyhough e Harvey, aggiudicandosi la borsa dell’Accademia di Francia per il 2008 e 2009. La scelta di questi maestri segna un percorso molto personale nell’ambito dell’avanguardia europea, lontano da influenze minimaliste. I brani di Bertrand, quasi tutti basati su rapidità e contrasto come elementi propulsori, mostrano una sicurezza e una facilità di scrittura fuori dal comune. In Virya(2003-2004), termine sanscrito significante “energia, forza, vigore” si contrappongono materiali tra loro eterogenei. Ogni elemento tende a trasformarsi indipendentemente secondo il paradigma accumulazione/saturazione: accelerazione, crescendo, saturazione armonica. Un brano molto concentrato e ricco di virtuosisimo e vitalità.

Bruno Mantovani, nato nel 1974, è attualmente direttore del Conservatorio Nazionale Superiore di Parigi. Citiamo la data di nascita non per pura informazione, ma per far riflettere quanto sia tenuta in considerazione in Francia l’età media della cosiddetta “classe dirigente”. Il fatto che un compositore non ancora quarantenne sia alla guida della più importante istituzione musicale francese fa quasi sorridere a confronto con la nostrana gerontocrazia in ambito accademico e universitario (e non aggiungiamo altro). Mantovani, borsista a villa Medici nel 2004, è un musicista solido e interessante, in particolare per la ricerca di integrazione tra elementi colti ed extracolti nella propria scrittura. D’un rêve parti(1999) infatti prende spunto fin dal titolo (francesizzazione di Rave party) dalla musica techno, in particolare nell’uso di ritmi iterativi tipici delle drummachines. Tali influenze non sono però semplici prestiti, ma sono sfruttate attraverso una sapiente strutturazione dei materiali, che all’ascolto si traduce in una complessità accattivante mai fine a sé stessa, che non sacrifica mai la percezione formale fin dal primo ascolto.

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